LETTERA A BABBO NATALE
Caro Babbo Natale,
non so se ti scrivo per fede, per disperazione o per puro spirito antropologico. È che da un po’ di tempo mi chiedo se esisti davvero o se sei solo l’ennesimo simbolo brandizzato di un mondo che si è perso per strada la meraviglia. Ti immagino lì, nel tuo ufficio open-space al Polo Nord, circondato da elfi con contratti a termine e un reparto marketing che ti dice quante calorie deve avere una fetta di pandoro.
Io non voglio regali.
Non più. Li ho avuti tutti, e mi sono serviti solo a capire che ogni oggetto nuovo diventa vecchio nel momento esatto in cui lo scarti. Quello che mi servirebbe davvero — e che forse solo tu potresti portare, se non ti sei ancora arreso all’e-commerce — è un po’ di silenzio. Quello vero, non quello algoritmico delle persone che non rispondono ai messaggi. Ti scrivo da un mondo che si è innamorato dei propri riflessi. Tutti vogliono farsi vedere, nessuno vuole essere visto. Si parla di autenticità come di una crema anti-age, e intanto ci scambiamo like come francobolli di un impero che non c’è più. Forse per questo continuo a credere in te, vecchio mio: perché rappresenti l’ultima favola non ancora del tutto smontata da un reel da quindici secondi. Non so se arrivi ancora in slitta o in jet privato, ma se per caso passi da queste parti, fermati un attimo. Non ho caminetto, ma ho un tavolo di legno vero, una bottiglia aperta e un mucchio di storie da raccontare. Portati pure una delle tue renne, magari quella con il naso rosso, ché qui il buio è diventato lungo e serve qualcuno che lo illumini da dentro.
Non ti chiedo miracoli.
Solo di ricordarci che il regalo più grande, a volte, è restare umani anche quando non conviene. E se proprio devi portarmi qualcosa, fammi trovare un po’ di coraggio dentro la carta. Coraggio di credere ancora, anche solo per una notte, che la magia non sia stata tutta svenduta ai saldi di fine stagione.
Con affetto, ironia e un pizzico di whisky, uno che non ha mai smesso del tutto di aspettarti.